La Gazzetta del Mezzogiorno, martedì 16 febbraio 2010
Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it
Non so se avete notato che su alcune terrazze, anche in città, stanno comparendo delle strane strutture verticali, alte pochi metri, che sembrano dei frullatori per la panna montata. Si tratta di motori eolici verticali di piccole dimensioni, domestici, capaci di fornire l’elettricità necessaria per una famiglia. Il successo dei generatori eolici di elettricità è dovuto agli incentivi statali per le fonti energetiche rinnovabili, come sono appunto i motori eolici e i pannelli solari fotovoltaici, che permettono di ottenere elettricità consumando meno petrolio, inquinando di meno e contribuendo di meno ai mutamenti climatici. Questo movimento verso l’energia del vento riguarda tutto il mondo, dai deserti della Cina, alle pianure tedesche, alle coste americane, alle colline italiane, e ha stimolato nuove ricerche e innovazioni, che spesso sono perfezionamenti di scoperte che affondano le radici in tempi e terre molto lontani.
martedì 16 febbraio 2010
domenica 3 gennaio 2010
I nuovi giganti merceologici
La Gazzetta del Mezzogiorno, sabato 2 gennaio 2009
Il Novecento è stato il secolo delle materie prime; nel 1973 nel giornale “The Economist” apparve un articolo intitolato: “Il potere alle merci”, in cui si sosteneva che, al di là del capitalismo e del comunismo, gli Stati Uniti e l’Unione sovietica costituivano il vero “primo mondo”, uniti come erano nel possesso di praticamente tutte le materie prime necessarie per la società tecnologica, in grado di esportare carbone, petrolio, acciaio, grano ad un secondo mondo di paesi industrializzati, come Europa e Giappone, poveri o privi di materie prime, e ad un terzo mondo di paesi arretrati, secondo e terzo mondo di fatto dipendenti dalle due grandi potenze imperiali. Credo che si possa adesso scrivere un altro articolo con lo stesso titolo: “Il potere alle merci” per descrivere un mondo diviso in un unico grande impero costituito da Cina e India, in possesso delle materie prime essenziali e in grado di produrre ed esportare merci, ma anche tecnologie tradizionali e anche tecnologie sofisticate come quelle dell’elettronica e dell’informatica, anch’esse dipendenti da materie prime di cui i due grandi paesi detengono enormi riserve.
Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it
Il Novecento è stato il secolo delle materie prime; nel 1973 nel giornale “The Economist” apparve un articolo intitolato: “Il potere alle merci”, in cui si sosteneva che, al di là del capitalismo e del comunismo, gli Stati Uniti e l’Unione sovietica costituivano il vero “primo mondo”, uniti come erano nel possesso di praticamente tutte le materie prime necessarie per la società tecnologica, in grado di esportare carbone, petrolio, acciaio, grano ad un secondo mondo di paesi industrializzati, come Europa e Giappone, poveri o privi di materie prime, e ad un terzo mondo di paesi arretrati, secondo e terzo mondo di fatto dipendenti dalle due grandi potenze imperiali. Credo che si possa adesso scrivere un altro articolo con lo stesso titolo: “Il potere alle merci” per descrivere un mondo diviso in un unico grande impero costituito da Cina e India, in possesso delle materie prime essenziali e in grado di produrre ed esportare merci, ma anche tecnologie tradizionali e anche tecnologie sofisticate come quelle dell’elettronica e dell’informatica, anch’esse dipendenti da materie prime di cui i due grandi paesi detengono enormi riserve.
martedì 24 novembre 2009
I'm proud I'm a chemist
La Gazzetta del Mezzogiorno, 25 gennaio 2005
Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it
Nei giorni scorsi questo giornale ha riportato i risultati di una inchiesta sulle materie più amate e quelle più detestate dagli studenti e la più detestata è risultata ... la chimica. Ma chimica è davvero parolaccia ? Sembrerebbe di si, perché viene associata a cose spesso sgradevoli: l'inquinamento chimico, gli additivi chimici, la diossina di Seveso, eccetera. Quasi contrapposta a qualcosa di virtuoso che sarebbe "naturale", come gli alimenti naturali, o meglio biologici, l'acqua minerale naturale, eccetera.
Chimica è parolaccia ?
Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it
Nei giorni scorsi questo giornale ha riportato i risultati di una inchiesta sulle materie più amate e quelle più detestate dagli studenti e la più detestata è risultata ... la chimica. Ma chimica è davvero parolaccia ? Sembrerebbe di si, perché viene associata a cose spesso sgradevoli: l'inquinamento chimico, gli additivi chimici, la diossina di Seveso, eccetera. Quasi contrapposta a qualcosa di virtuoso che sarebbe "naturale", come gli alimenti naturali, o meglio biologici, l'acqua minerale naturale, eccetera.
autarchie e ecologia
Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it
Autarchia è parolaccia: ricorda il fascismo, le ristrettezze, le miserie del decennio 1935-1945 e anche alcune cose ridicole. Di per se, il termine “autarchia” indica la soluzione di problemi tecnici e produttivi usando le risorse intellettuali e materiali di un singolo paese, isolato; è, insomma, il contrario di Europa e di globalizzazione, i nuovi idoli del XXI secolo. E’ però curioso che proprio in alcuni paesi fautori della globalizzazione, davanti ai problemi di scarsità di materie prime e di impoverimento ambientale, si vadano a reinventare soluzioni tecniche caratteristiche delle autarchie.
Autarchia è parolaccia: ricorda il fascismo, le ristrettezze, le miserie del decennio 1935-1945 e anche alcune cose ridicole. Di per se, il termine “autarchia” indica la soluzione di problemi tecnici e produttivi usando le risorse intellettuali e materiali di un singolo paese, isolato; è, insomma, il contrario di Europa e di globalizzazione, i nuovi idoli del XXI secolo. E’ però curioso che proprio in alcuni paesi fautori della globalizzazione, davanti ai problemi di scarsità di materie prime e di impoverimento ambientale, si vadano a reinventare soluzioni tecniche caratteristiche delle autarchie.
venerdì 13 novembre 2009
clima e economia
Il giornale dell’energia (Bari), 6-12 novembre 2006, p. 46-56
http://www.vasonline.it/home/archivio/politicheambientali/ARTICOLO_NEBBIA_ECONOMIA
Doveva avere una bella fantasia quello --- fosse il caso, o un dio, o chi vi pare --- che ha deciso di formare la vita (così come la conosciamo) su una scheggia solida di quell’infinità di materia che occupa gli spazi celesti. Bisognava prima di tutto che la scheggia, che avremmo chiamato pianeta Terra, fosse ad una distanza giusta da una fonte di calore, il Sole. Una distanza che permettesse alla Terra di essere abbastanza calda --- ad una temperatura di circa 300 gradi Celsius superiore a quella dei freddissimi spazi interplanetari --- ma non troppo calda. Per dar luogo alla vita bisognava, infatti, che sulla Terra l’acqua si trovasse prevalentemente allo stato liquido, e per far questo occorreva che la Terra fosse circondata da uno strato di gas capace di filtrare una parte della radiazione solare incidente e capace di trattenere sulla superficie della Terra una parte del calore. Bisognava, in altre parole, che la superficie della Terra avesse e conservasse una temperatura media di circa quindici gradi Celsius.
http://www.vasonline.it/home/archivio/politicheambientali/ARTICOLO_NEBBIA_ECONOMIA
Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it
Doveva avere una bella fantasia quello --- fosse il caso, o un dio, o chi vi pare --- che ha deciso di formare la vita (così come la conosciamo) su una scheggia solida di quell’infinità di materia che occupa gli spazi celesti. Bisognava prima di tutto che la scheggia, che avremmo chiamato pianeta Terra, fosse ad una distanza giusta da una fonte di calore, il Sole. Una distanza che permettesse alla Terra di essere abbastanza calda --- ad una temperatura di circa 300 gradi Celsius superiore a quella dei freddissimi spazi interplanetari --- ma non troppo calda. Per dar luogo alla vita bisognava, infatti, che sulla Terra l’acqua si trovasse prevalentemente allo stato liquido, e per far questo occorreva che la Terra fosse circondata da uno strato di gas capace di filtrare una parte della radiazione solare incidente e capace di trattenere sulla superficie della Terra una parte del calore. Bisognava, in altre parole, che la superficie della Terra avesse e conservasse una temperatura media di circa quindici gradi Celsius.
martedì 27 ottobre 2009
Un motore da auto in casa
La Gazzetta del Mezzogiorno, martedì 27 ottobre 2009
Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it
Le vendite delle automobili non vanno tanto bene; il mercato è saturo perché una famiglia può avere al più due o tre automobili e poi perché le strade, soprattutto quelle delle città, non ce la fanno più a sopportare un traffico automobilistico crescente e inquinante e diminuiscono continuamente gli spazi in cui parcheggiare: il traffico urbano è costituito per lo più da autoveicoli che spostano i lavoratori dalle zone residenziali alle zone dei posti di lavoro dove le automobili stanno ferme otto ore al giorno, più “auto-ferme” che “auto-mobili”, occupando spazio stradale; lo spazio stradale disponibile per il movimento diventa più stretto, il traffico si fa più lento con conseguente aumento dei consumi di carburante e dell’inquinamento. E’ una reazione a catena: la pressione dei venditori e facilitazioni di pagamento e sconti, pagati con pubblico denaro, con incentivi ”alla rottamazione”, spingono le famiglie ad acquistare nuove automobili, a buttare via le vecchie con aumento dei “rottami”, appunto, il cui smaltimento inquinante ricade come costo su tutti i cittadini e a far crescere il traffico caotico.
Una situazione insostenibile. Sta suscitando perciò interesse la proposta di utilizzare il motore, che è poi il cuore di un’automobile, come generatore fisso di elettricità, magari nella cantina di un condominio. Un motore a scoppio è una macchina termica che trasforma il calore dei combustibili in energia meccanica (quella che fa girare le ruote del veicolo) e calore. Su un autoveicolo un motore a scoppio ha un basso rendimento, un alto consumo di combustibile e provoca un elevato inquinamento perché il traffico, specialmente urbano, impone continue accelerazioni e frenate. Minore consumo e inquinamento si avrebbero se il motore funzionasse in modo continuo: già le automobili “ibride” hanno un motore a scoppio che funziona in modo continuo e ricarica le batterie elettriche che alimentano un motore elettrico, quello che è collegato alle ruote.
Un edificio ha bisogno sia di elettricità sia di calore; secondo la nuova proposta un motore a scoppio da automobile, posto in un condominio, in un negozio, in una piccola fabbrica, è collegato con un generatore di elettricità e con un sistema di recupero del calore che inevitabilmente si libera come sottoprodotto in un motore a scoppio L’edificio non avrebbe bisogno di acquistare elettricità e non ci sarebbe bisogno di nuove grandi centrali termoelettriche; ci sarebbe minore bisogno di combustibili per il riscaldamento, e le case automobilistiche potrebbero continuare a far lavorare i loro stabilimenti vendendo motori da installazione fissa.
Ci sono alcune complicazioni: una famiglia o un negozio ha bisogno di elettricità e calore in quantità variabile nelle varie ore del giorno e di giorno in giorno, di stagione in stagione; il “motore di condominio”, per funzionare bene, deve produrre elettricità e calore 24 ore al giorno per tutto l’anno e occorre perciò qualcuno disposto a comprare l’elettricità generata nelle ore in cui non c’è richiesta, un po’ come avviene con i generatori di elettricità solare o eolica. Insomma il successo della nuova proposta richiede tre soggetti; chi affitta o vende un motore fisso “a energia totale” che consuma e inquina poco funzionando in maniera continua; un secondo soggetto, che ha bisogno di elettricità e calore, per esempio, una famiglia, un condominio, un negozio, una piccola fabbrica, ma in modo discontinuo; e un terzo soggetto, per esempio una società elettrica, disposto a comprare l’elettricità che non è usata da chi ha installato il motore “a energia totale”.
La società automobilistica tedesca Volkswagen ha proposto di utilizzare, come generatore fisso, il motore montato sulla Golf e si è accordata con una società elettrica tedesca minore che compra e paga l’elettricità in eccesso generata presso il cliente, condominio o negozio, il quale paga il gas naturale che alimenta il suo “motore totale”, proprio come avviene in molte caldaie domestiche individuali o condominiali, e riscuote soldi per l’elettricità prodotta in eccesso e venduta alla società elettrica; il cliente inoltre ottiene calore (sotto forma di vapore o acqua calda) che gli serve per il riscaldamento invernale, per l’acqua per usi igienici o per le lavatrici, eventualmente per azionare frigoriferi ad assorbimento, che producono il freddo con il calore anziché con l’elettricità (si tratta di frigoriferi efficienti e ben collaudati). Sembrerebbero tutti contenti; la fabbrica che può continuare a produrre motori anche se la richiesta di automobili è in declino, il condominio o il negozio che spendono meno per l’elettricità e il riscaldamento, la società elettrica, l’economia energetica del paese, l’ambiente.
La cosa buffa è che questa stessa idea è stata proposta trent’anni fa da un ingegnere italiano, Mario Palazzetti, che lavorava per la Fiat; allora il dispositivo si chiamava Totem (un nome che indicava una utilizzazione “totale” dell’energia) e ne sono state vendute alcune unità, di diversa dimensione, negli anni fra il 1973 e il 1980. Poi la Fiat cessò la produzione, ripresero le vendite delle automobili e fu messa da parte questa utilizzazione “secondaria” dei motori, ricordata soltanto da chi si occupa di storia della tecnica; l’abbandono del progetto Totem ha rappresentato per l’economia energetica italiana (ma anche per la Fiat), una delle tante occasioni di innovazione perdute, un po’ per miopia dell’Enel, che allora sognava di costruire diecine di grandi centrali nucleari, un po’ per miopia della Fiat. Non so che fine farà anche questo nuovo sistema “a energia totale” riproposto dalla Volkswagen, ma è una cosa da seguire con attenzione. Chi sa che la storia della tecnica e dell’energia non nasconda altre invenzioni dimenticate, da ripescare nei tempi di crisi ?
Giorgio Nebbia nebbia@quipo.it
Le vendite delle automobili non vanno tanto bene; il mercato è saturo perché una famiglia può avere al più due o tre automobili e poi perché le strade, soprattutto quelle delle città, non ce la fanno più a sopportare un traffico automobilistico crescente e inquinante e diminuiscono continuamente gli spazi in cui parcheggiare: il traffico urbano è costituito per lo più da autoveicoli che spostano i lavoratori dalle zone residenziali alle zone dei posti di lavoro dove le automobili stanno ferme otto ore al giorno, più “auto-ferme” che “auto-mobili”, occupando spazio stradale; lo spazio stradale disponibile per il movimento diventa più stretto, il traffico si fa più lento con conseguente aumento dei consumi di carburante e dell’inquinamento. E’ una reazione a catena: la pressione dei venditori e facilitazioni di pagamento e sconti, pagati con pubblico denaro, con incentivi ”alla rottamazione”, spingono le famiglie ad acquistare nuove automobili, a buttare via le vecchie con aumento dei “rottami”, appunto, il cui smaltimento inquinante ricade come costo su tutti i cittadini e a far crescere il traffico caotico.
Una situazione insostenibile. Sta suscitando perciò interesse la proposta di utilizzare il motore, che è poi il cuore di un’automobile, come generatore fisso di elettricità, magari nella cantina di un condominio. Un motore a scoppio è una macchina termica che trasforma il calore dei combustibili in energia meccanica (quella che fa girare le ruote del veicolo) e calore. Su un autoveicolo un motore a scoppio ha un basso rendimento, un alto consumo di combustibile e provoca un elevato inquinamento perché il traffico, specialmente urbano, impone continue accelerazioni e frenate. Minore consumo e inquinamento si avrebbero se il motore funzionasse in modo continuo: già le automobili “ibride” hanno un motore a scoppio che funziona in modo continuo e ricarica le batterie elettriche che alimentano un motore elettrico, quello che è collegato alle ruote.
Un edificio ha bisogno sia di elettricità sia di calore; secondo la nuova proposta un motore a scoppio da automobile, posto in un condominio, in un negozio, in una piccola fabbrica, è collegato con un generatore di elettricità e con un sistema di recupero del calore che inevitabilmente si libera come sottoprodotto in un motore a scoppio L’edificio non avrebbe bisogno di acquistare elettricità e non ci sarebbe bisogno di nuove grandi centrali termoelettriche; ci sarebbe minore bisogno di combustibili per il riscaldamento, e le case automobilistiche potrebbero continuare a far lavorare i loro stabilimenti vendendo motori da installazione fissa.
Ci sono alcune complicazioni: una famiglia o un negozio ha bisogno di elettricità e calore in quantità variabile nelle varie ore del giorno e di giorno in giorno, di stagione in stagione; il “motore di condominio”, per funzionare bene, deve produrre elettricità e calore 24 ore al giorno per tutto l’anno e occorre perciò qualcuno disposto a comprare l’elettricità generata nelle ore in cui non c’è richiesta, un po’ come avviene con i generatori di elettricità solare o eolica. Insomma il successo della nuova proposta richiede tre soggetti; chi affitta o vende un motore fisso “a energia totale” che consuma e inquina poco funzionando in maniera continua; un secondo soggetto, che ha bisogno di elettricità e calore, per esempio, una famiglia, un condominio, un negozio, una piccola fabbrica, ma in modo discontinuo; e un terzo soggetto, per esempio una società elettrica, disposto a comprare l’elettricità che non è usata da chi ha installato il motore “a energia totale”.
La società automobilistica tedesca Volkswagen ha proposto di utilizzare, come generatore fisso, il motore montato sulla Golf e si è accordata con una società elettrica tedesca minore che compra e paga l’elettricità in eccesso generata presso il cliente, condominio o negozio, il quale paga il gas naturale che alimenta il suo “motore totale”, proprio come avviene in molte caldaie domestiche individuali o condominiali, e riscuote soldi per l’elettricità prodotta in eccesso e venduta alla società elettrica; il cliente inoltre ottiene calore (sotto forma di vapore o acqua calda) che gli serve per il riscaldamento invernale, per l’acqua per usi igienici o per le lavatrici, eventualmente per azionare frigoriferi ad assorbimento, che producono il freddo con il calore anziché con l’elettricità (si tratta di frigoriferi efficienti e ben collaudati). Sembrerebbero tutti contenti; la fabbrica che può continuare a produrre motori anche se la richiesta di automobili è in declino, il condominio o il negozio che spendono meno per l’elettricità e il riscaldamento, la società elettrica, l’economia energetica del paese, l’ambiente.
La cosa buffa è che questa stessa idea è stata proposta trent’anni fa da un ingegnere italiano, Mario Palazzetti, che lavorava per la Fiat; allora il dispositivo si chiamava Totem (un nome che indicava una utilizzazione “totale” dell’energia) e ne sono state vendute alcune unità, di diversa dimensione, negli anni fra il 1973 e il 1980. Poi la Fiat cessò la produzione, ripresero le vendite delle automobili e fu messa da parte questa utilizzazione “secondaria” dei motori, ricordata soltanto da chi si occupa di storia della tecnica; l’abbandono del progetto Totem ha rappresentato per l’economia energetica italiana (ma anche per la Fiat), una delle tante occasioni di innovazione perdute, un po’ per miopia dell’Enel, che allora sognava di costruire diecine di grandi centrali nucleari, un po’ per miopia della Fiat. Non so che fine farà anche questo nuovo sistema “a energia totale” riproposto dalla Volkswagen, ma è una cosa da seguire con attenzione. Chi sa che la storia della tecnica e dell’energia non nasconda altre invenzioni dimenticate, da ripescare nei tempi di crisi ?
martedì 20 ottobre 2009
Biologia e economia
Biologia e economia
Giorgio Nebbia
Stiamo vivendo in un periodo turbolento dell’economia; i prezzi di molte merci, fra cui petrolio, grano, rame, eccetera, sono saliti molto, poi sono diminuiti; molte persone hanno acquistato beni e servizi chiedendo prestiti alle banche e alcuni non sono stati in grado di pagare i debiti; molte persone rinunciano ad acquistare beni e servizi e i venditori si sono trovati con magazzini pieni di merci invendute; alcuni fabbricanti sono stati costretti a licenziare i lavoratori che, senza salario, sono entrati nella spirale di debiti non pagati e di rinuncia ad alcuni acquisti. Per evitare ulteriore disoccupazione lo Stato, con i soldi di tutti, risarcisce le banche in perdita o i produttori che non riescono a vendere. Un quadro che si è ripetuto più volte nella storia degli ultimi duecento anni. C’è una “legge” che descrive questi fenomeni ?
Propongo una parabola. Uno studente universitario del primo o secondo anno di biologia impara che le popolazioni animali seguono dei cicli di crescita e declino non molto diversi da quelli dell’economia. Immaginiamo una popolazione di animali che vive in un territorio grande e ricco di alimenti e di acqua, ma non infinito: un pascolo, un bosco, un lago. Dapprima gli animali sono pochi e crescono di numero perché hanno spazio disponibile e cibo abbondante e si riproducono facilmente. A poco a poco lo spazio comincia d essere affollato da molti animali e il cibo comincia a scarseggiare e il numero di figli diminuisce e, ad un certo punto, il numero dei nati uguaglia il numero dei morti e la popolazione non aumenta e diventa stazionaria. Le cose sembrerebbero in equilibrio, ma non è così perché la vita di questa popolazione altera le condizioni dell’ecosistema e il cibo e l’acqua che sembravano sufficienti per una popolazione stazionaria, cominciano a diminuire.
Pensate ad un pascolo in cui l’erba è pestata dagli animali presenti e il terreno si indurisce e si inaridisce; inoltre il metabolismo, cioè il processo di trasformazione del cibo, degli animali presenti genera degli escrementi che si fermano nel terreno e lo rendono ancora meno fertile, e finiscono nell’acqua che diventa meno bevibile e anzi dannosa. La popolazione animale allora diminuisce perché, con la propria stessa vita, ha impoverito le fonti di cibo e di acqua. I biologi dicono che la diminuzione è dovuta alla intossicazione del mezzo ambiente; il fenomeno è stato osservato in molte popolazioni animali e la trattazione matematica della crescita e del declino delle popolazioni è stata fatta da una multinazionale di illustri matematici e biologi negli anni trenta del Novecento: l’italiano Vito Volterra (1860-1940), l’americano Alfred Lotka (1880-1949), il sovietico Giorgi Gause (1910-1986), il russo-francese Vladimir Kostitzin. (1886-1963). Poiché peraltro la vita vince sempre, quando la popolazione di animali che occupano il nostro immaginario pascolo è diminuita, diminuisce anche il disturbo dell’ecosistema, l’erba ricomincia a crescere e l’acqua ritorna abbastanza pulita e il numero di animali del pascolo ricomincia ad aumentare, almeno fino ad un certo punto, almeno finché il loro numero non diventa eccessivo rispetto alla capacità ricettiva del pascolo, dell’ecosistema.
Nella vita reale le cose sono più complicate perché spesso arrivano nello stesso territorio animali che fanno concorrenza ai primi e si verificano conflitti; gli animali di una popolazione si nutrono (li chiamano predatori) di quelli di un’altra specie; talvolta una specie collabora con l’altra. I fenomeni economici si svolgono, più o meno nella stessa maniera e non c’è da meravigliarsi perché l’economia si basa sulla occupazione, mediante merci --- i frigoriferi, le automobili, i mobili, i vestiti --- di un territorio, quello degli acquirenti umani che rappresentano il “mercato”, non illimitato perché gli acquirenti sono in numero limitato ed è limitata la loro disponibilità di spesa; in un certo senso le merci sono gli animali della parabola e i consumatori sono la fonte del loro nutrimento.
Prendiamo il caso dei frigoriferi: una famiglia possiede un frigorifero, magari ne ha due, ma i venditori di frigoriferi hanno bisogno di vendere altri frigoriferi; per dar retta all’invito dei venditori una famiglia può comprare un altro frigorifero, forse altri due, ma se continua a comprare frigoriferi finirà per doverli mettere nella camera da letto. In altre parole la “popolazione” di frigoriferi in una economia, in un mercato, non può aumentare al di là della capacità ricettiva delle case. I venditori possono convincere i consumatori a gettare via, a “rottamare” (magari con incentivi statali) i vecchi frigoriferi, ma la massa dei rottami e il loro smaltimento finiscono per provocare danni e costi che inducono il mercato a “non” comprare nuovi frigoriferi. Per farla breve, se i fabbricanti producono frigoriferi illudendosi di venderli, devono fare i conti con un mercato limitato, che non ha soldi (il cibo della parabola) o che non sa dove metterli, finiscono per fallire e devono licenziare i lavoratori, il che restringe ulteriormente il mercato.
Un discorso simile vale per la “merce” automobile; in questo caso la crescita della popolazione di automobili che può entrare e occupare il mercato, il “pascolo” della parabola, è frenata sia dalla dimensione limitata del mercato (arriva un punto in cui una nuova automobile può essere messa soltanto nella camera da letto), sia dall’intossicazione dell’ambiente dovuta alla mancanza di parcheggi, di strade in cui circolare liberamente, dall’inquinamento. Col curioso paradosso che lo stesso “Stato” che da una parte incoraggia l’acquisto di nuove automobili, per far lavorare i fabbricanti, dall’altra parte deve limitarne la diffusione e circolazione per motivi ambientali. La parabola suggerisce che una economia “reale” può sopravvivere soltanto se i fabbricanti producono tenendo conto che la capacità ricettiva del mercato è limitata e che, al di là di un limite, devono smettere di produrre una certa merce, che ha saturato e inquina un mercato, e devono cercare di produrne un’altra. La parabola contiene perciò anche un messaggio di speranza: la produzione e l’acquisto delle merci possono ricominciare ad aumentare se saranno identificati i reali bisogni dei consumatori e i mezzi per soddisfarli con merci opportune, se si eviterà che la produzione e il metabolismo delle merci sovraffollino e avvelenino l’ambiente in cui si svolge la vita umana, l’unica cosa che conta.
Giorgio Nebbia
Stiamo vivendo in un periodo turbolento dell’economia; i prezzi di molte merci, fra cui petrolio, grano, rame, eccetera, sono saliti molto, poi sono diminuiti; molte persone hanno acquistato beni e servizi chiedendo prestiti alle banche e alcuni non sono stati in grado di pagare i debiti; molte persone rinunciano ad acquistare beni e servizi e i venditori si sono trovati con magazzini pieni di merci invendute; alcuni fabbricanti sono stati costretti a licenziare i lavoratori che, senza salario, sono entrati nella spirale di debiti non pagati e di rinuncia ad alcuni acquisti. Per evitare ulteriore disoccupazione lo Stato, con i soldi di tutti, risarcisce le banche in perdita o i produttori che non riescono a vendere. Un quadro che si è ripetuto più volte nella storia degli ultimi duecento anni. C’è una “legge” che descrive questi fenomeni ?
Propongo una parabola. Uno studente universitario del primo o secondo anno di biologia impara che le popolazioni animali seguono dei cicli di crescita e declino non molto diversi da quelli dell’economia. Immaginiamo una popolazione di animali che vive in un territorio grande e ricco di alimenti e di acqua, ma non infinito: un pascolo, un bosco, un lago. Dapprima gli animali sono pochi e crescono di numero perché hanno spazio disponibile e cibo abbondante e si riproducono facilmente. A poco a poco lo spazio comincia d essere affollato da molti animali e il cibo comincia a scarseggiare e il numero di figli diminuisce e, ad un certo punto, il numero dei nati uguaglia il numero dei morti e la popolazione non aumenta e diventa stazionaria. Le cose sembrerebbero in equilibrio, ma non è così perché la vita di questa popolazione altera le condizioni dell’ecosistema e il cibo e l’acqua che sembravano sufficienti per una popolazione stazionaria, cominciano a diminuire.
Pensate ad un pascolo in cui l’erba è pestata dagli animali presenti e il terreno si indurisce e si inaridisce; inoltre il metabolismo, cioè il processo di trasformazione del cibo, degli animali presenti genera degli escrementi che si fermano nel terreno e lo rendono ancora meno fertile, e finiscono nell’acqua che diventa meno bevibile e anzi dannosa. La popolazione animale allora diminuisce perché, con la propria stessa vita, ha impoverito le fonti di cibo e di acqua. I biologi dicono che la diminuzione è dovuta alla intossicazione del mezzo ambiente; il fenomeno è stato osservato in molte popolazioni animali e la trattazione matematica della crescita e del declino delle popolazioni è stata fatta da una multinazionale di illustri matematici e biologi negli anni trenta del Novecento: l’italiano Vito Volterra (1860-1940), l’americano Alfred Lotka (1880-1949), il sovietico Giorgi Gause (1910-1986), il russo-francese Vladimir Kostitzin. (1886-1963). Poiché peraltro la vita vince sempre, quando la popolazione di animali che occupano il nostro immaginario pascolo è diminuita, diminuisce anche il disturbo dell’ecosistema, l’erba ricomincia a crescere e l’acqua ritorna abbastanza pulita e il numero di animali del pascolo ricomincia ad aumentare, almeno fino ad un certo punto, almeno finché il loro numero non diventa eccessivo rispetto alla capacità ricettiva del pascolo, dell’ecosistema.
Nella vita reale le cose sono più complicate perché spesso arrivano nello stesso territorio animali che fanno concorrenza ai primi e si verificano conflitti; gli animali di una popolazione si nutrono (li chiamano predatori) di quelli di un’altra specie; talvolta una specie collabora con l’altra. I fenomeni economici si svolgono, più o meno nella stessa maniera e non c’è da meravigliarsi perché l’economia si basa sulla occupazione, mediante merci --- i frigoriferi, le automobili, i mobili, i vestiti --- di un territorio, quello degli acquirenti umani che rappresentano il “mercato”, non illimitato perché gli acquirenti sono in numero limitato ed è limitata la loro disponibilità di spesa; in un certo senso le merci sono gli animali della parabola e i consumatori sono la fonte del loro nutrimento.
Prendiamo il caso dei frigoriferi: una famiglia possiede un frigorifero, magari ne ha due, ma i venditori di frigoriferi hanno bisogno di vendere altri frigoriferi; per dar retta all’invito dei venditori una famiglia può comprare un altro frigorifero, forse altri due, ma se continua a comprare frigoriferi finirà per doverli mettere nella camera da letto. In altre parole la “popolazione” di frigoriferi in una economia, in un mercato, non può aumentare al di là della capacità ricettiva delle case. I venditori possono convincere i consumatori a gettare via, a “rottamare” (magari con incentivi statali) i vecchi frigoriferi, ma la massa dei rottami e il loro smaltimento finiscono per provocare danni e costi che inducono il mercato a “non” comprare nuovi frigoriferi. Per farla breve, se i fabbricanti producono frigoriferi illudendosi di venderli, devono fare i conti con un mercato limitato, che non ha soldi (il cibo della parabola) o che non sa dove metterli, finiscono per fallire e devono licenziare i lavoratori, il che restringe ulteriormente il mercato.
Un discorso simile vale per la “merce” automobile; in questo caso la crescita della popolazione di automobili che può entrare e occupare il mercato, il “pascolo” della parabola, è frenata sia dalla dimensione limitata del mercato (arriva un punto in cui una nuova automobile può essere messa soltanto nella camera da letto), sia dall’intossicazione dell’ambiente dovuta alla mancanza di parcheggi, di strade in cui circolare liberamente, dall’inquinamento. Col curioso paradosso che lo stesso “Stato” che da una parte incoraggia l’acquisto di nuove automobili, per far lavorare i fabbricanti, dall’altra parte deve limitarne la diffusione e circolazione per motivi ambientali. La parabola suggerisce che una economia “reale” può sopravvivere soltanto se i fabbricanti producono tenendo conto che la capacità ricettiva del mercato è limitata e che, al di là di un limite, devono smettere di produrre una certa merce, che ha saturato e inquina un mercato, e devono cercare di produrne un’altra. La parabola contiene perciò anche un messaggio di speranza: la produzione e l’acquisto delle merci possono ricominciare ad aumentare se saranno identificati i reali bisogni dei consumatori e i mezzi per soddisfarli con merci opportune, se si eviterà che la produzione e il metabolismo delle merci sovraffollino e avvelenino l’ambiente in cui si svolge la vita umana, l’unica cosa che conta.
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